

Alla fine degli anni Sessanta un amico accompagna Giuseppe Lanza a visitare Pruneto, un antico podere chiantigiano appena lasciato dalla famiglia di mezzadri che lo aveva curato fino ad allora.
Il paesaggio è aspro, selvatico, molto diverso da quello ordinato che siamo abituati a vedere oggi. I terreni sono terrazzamenti coltivati a olivo, con vari appezzamenti abbandonati da anni.
Le viti ci sono, ma sono poche, quasi timide: si limitano ad affiancare gli olivi lungo i muretti a secco.










Giuseppe ci vede qualcosa.
Compra il podere nel 1970 e nel 1972 pianta i primi due vigneti specializzati.
Riccardo, suo figlio, si trasferisce a Radda per affiancarlo:
insieme si mettono al lavoro per restaurare il podere e costruire la cantina e la tinaia.
C'è l'acqua corrente, ma manca quasi tutto il resto:
non solo l'elettricità, persino la strada per arrivare è poco più di una traccia tra i boschi.
Sono anni di cantiere e fatica, portati avanti da padre e figlio con l'aiuto di un vecchio muratore della zona che conosce queste pietre meglio di chiunque altro.
Nel 1981 i Lanza raccolgono le uve per la prima annata di Chianti Classico imbottigliato con l'etichetta Pruneto.
Gli anni che seguono sono fatti di lavoro costante e di scelte misurate.
Un passo alla volta, il podere prende la forma che ha oggi: una terza vigna piantata nel 1999, un ettaro reimpiantato nel 2018.
Massimiliano è cresciuto con questa terra sotto i piedi.
Il passaggio non ha avuto una data precisa, è successo nel tempo, come succedono le cose che durano. Stagione dopo stagione, sempre più dentro al lavoro, sempre più responsabile di ogni scelta.
Le vigne si arrampicano
su pendii ripidi,
su suoli poveri e sassosi
che impongono attenzione e misura a ogni intervento.
È sempre stato così e, col tempo, si è capito che non si tratta di correggere
questi limiti, ma di lavorarci insieme.


Il metodo, la filosofia.
Ogni lavorazione sulle viti è fatta a mano.
La potatura segue il metodo della crescita ramificata, rispettando il flusso linfatico della pianta e riducendo al minimo i tagli sul legno vecchio - un modo per accompagnarne lo sviluppo senza forzature, per garantirne la longevità nel tempo.
Anche la tecnologia entra solo quando serve. I sensori installati in campo monitorano il microclima, permettendo di intervenire in modo mirato, con trattamenti ridotti al minimo e bassi volumi d'acqua. Accanto a rame e zolfo si usano oli essenziali, polveri di roccia e microrganismi. Non si usano prodotti di sintesi e le fertilizzazioni sono limitate ai nuovi impianti.


Le forti pendenze obbligano ancora oggi a disporre i filari seguendo la massima pendenza con il rischio costante di erosione del suolo.
Per questo a Pruneto l'inerbimento è totale e permanente in tutti e tre i vigneti. Nei suoli più sabbiosi l'erba trattiene l'acqua e apporta sostanza organica;
in quelli più argillosi e pesanti, le radici delle piante spontanee arieggiano il terreno, lo mantengono vivo e drenato.

Tre vigne, tre suoli, tre storie diverse.

È la vigna più antica, quella da cui tutto è partito. A 500 mt, esposta a ovest, su un suolo sabbioso e ricco di scheletro di Macigno, pietra dura, povera, che non regala niente. Le viti più vecchie hanno cinquant'anni passati e si vede: i tronchi sono contorti, i grappoli pochi, le radici vanno in profondità a cercarsi quello che serve. Accanto al Sangiovese ci sono ancora Canaiolo e Malvasia Lunga, piantati insieme come si faceva una volta, in promiscuità. Una vigna che ha memoria.
Piantata nel 1972

Il nome la racconta in parte — è la più recente, nata al posto della seconda vigna storica del podere. Ma la cosa più interessante è quello che le sta sotto. A metà appezzamento il suolo cambia: a monte il Macigno del Chianti, a valle la formazione di Sillano, due geologie diverse che si incontrano sotto gli stessi filari. Sangiovese, Canaiolo e Ciliegiolo crescono su un terreno che non è mai uguale a se stesso. È la vigna che ha ancora tutto da raccontare.
Piantata nel 2018

La più grande e la più riparata. Scende dolce rispetto alle altre, completamente circondata dal bosco, quasi nascosta. A 400 metri di altitudine, esposta a sud, è la vigna che matura più tardi e più lentamente. Il suolo è argilloso, ricco di Alberese e marne calcaree — pesante, capace di trattenere l'acqua, generoso in modo diverso. Qui cresce anche il Merlot, l'unica concessione a un vitigno non autoctono: una scelta fatta con misura, come tutte le altre a Pruneto.
Piantata nel 1999
Durante la vendemmia i grappoli sono raccolti a mano e portati in tinaia in pochi minuti.
Vengono diraspati senza pigiatura, per mantenere integri gli acini, e ogni parcella è vinificata separatamente, seguendo tempi e maturazioni diverse.
Le fermentazioni sono spontanee e avvengono in vecchie vasche di cemento vetrificato, affiancate dall'acciaio quando è necessario gestire le temperature.
I mosti vengono seguiti ogni giorno per seguire lo svolgimento ottimale della fermentazione ed evitare che si riscaldino troppo.
I vini sono pochi e le attenzioni molte.


Per il Chianti Classico e la Riserva le macerazioni sono lunghe e lente. All'inizio diversi rimontaggi ossigenano i mosti e sostengono i lieviti; poi le tecniche variano da un vino all'altro: follature manuali, rimontaggi brevi per bagnare le bucce, infusioni a cappello sommerso.
Prima dell'inverno i vini destinati all'invecchiamento passano in cantina, in botti grandi di rovere francese.
Gli altri restano nelle vasche della tinaia, dove il freddo invernale ne favorisce la pulizia prima dell'imbottigliamento.
Nessun vino viene filtrato.
Le chiarifiche avvengono esclusivamente per decantazione statica.
Si usa solo una piccola quantità di solfiti e nessun altro prodotto enologico.
A guidare tutto, una sola direzione: accompagnare il vino nella sua evoluzione con il minimo intervento possibile,
perché possa esprimere con precisione l'uva e la terra da cui nasce.

Il vino che racconta Pruneto ogni anno. Nasce dal Sangiovese dei tre vigneti aziendali, con suoli che passano dall'argilla della vigna Carbonaione alla sabbia della vigna Petriccio. È questa varietà, più che qualsiasi altra scelta di cantina, a dare al Chianti Classico il suo equilibrio e carattere. Un vino che può essere quotidiano o invecchiato per anni.
Prodotto con il migliore Sangiovese della vigna Petriccio, la più alta e più vecchia, piantata nel 1972 a 500 metri. Radici che vanno in profondità in un suolo sabbioso e ricco di scheletro di Macigno del Chianti. Un vino che nasce dall'attesa paziente e che vive il suo tempo senza fretta, portando nel bicchiere la complessità e l'eleganza di Radda.

Un vino che nasce da una domanda: che fare di quei dieci filari di Merlot piantati alla fine degli anni '90? L'espianto non è contemplato, l'aggiunta al Sangiovese non ha più senso. L'unica soluzione era dedicargli un nuovo vino, con l'obiettivo di discostarsi dai classici supertuscan. Alla ricerca della morbidezza, senza i tipici eccessi di opulenza.

L'ultimo arrivato, l'esperimento a margine della lista dei vini di Pruneto. Un rosso leggero e “da merenda” dal frutto esuberante e dal basso grado alcolico, perfetto per essere bevuto fresco. Prodotto con le uve delle viti di Canaiolo e Ciliegiolo piantate negli ultimi anni sulle argille calcaree della vigna Carbonaione, con un po' di Sangiovese da piante giovani.


Il modo migliore per capire Pruneto,
è venire a Pruneto.
Le degustazioni si tengono tra le vigne e in cantina.
Un giro tra i filari, una visita agli spazi dove i vini nascono e invecchiano, e poi ci si siede a tavola. Si assaggiano i vini accompagnati da salumi, pane e l'olio degli olivi di casa.
Niente di formale. Solo il tempo di capire questo posto e quello che produce.

Il toponimo viene dai pruni selvatici,
delle piante rustiche e spinose che ancora oggi
crescono rigogliose sui terreni sassosi di questo versante.
Il podere come insieme di edifici compare nel Catasto Leopoldino del XVIII secolo, e i documenti d'archivio della Diocesi di Fiesole confermano che la costruzione principale risale alla metà del Settecento.
La struttura è stata edificata direttamente sugli affioramenti rocciosi che emergono lungo il fianco della collina - quelle stesse pietre, così abbondanti in queste terre, sono state usate per costruire i muri e le stalle al piano terra, le abitazioni al primo.

Guardando la casa oggi si legge ancora la tipologia di crescita per aggiunte successive, tipica delle campagne chiantigiane. Con il passare dei secoli al nucleo centrale si sono aggiunti nuovi volumi, seguendo più le necessità del momento che un progetto unitario.
La proprietà si estende per 23 ettari, coperti per oltre l'80% da boschi. Intorno alla casa crescono gli olivi piantati negli anni Cinquanta - circa trecento piante di Leccino, Moraiolo, Frantoio e Pendolino - da cui si ricava ogni anno una piccola produzione di olio extravergine.
